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I ragazzi sono uniti
2 Marzo 2015 | Dario Di Stefano | Condividi:
PUBBLICATO IN:  SgarrinchaMAGAZINE

Una subcultura è tale non perché inferiore, di seconda o terza classe, ma in quanto nata al di fuori dei circuiti accademici, degli ambienti intellettuali.


Una subcultura è tale non perché inferiore, di seconda o terza classe, ma in quanto nata al di fuori dei circuiti accademici, degli ambienti intellettuali.

Nelle strade piuttosto che nelle università, nelle cantine piuttosto che nei salotti, negli stadi piuttosto che nei teatri.
Le subculture si impongono senza consensi o acclamazioni, sono una necessità più che un desiderio, spesso esistono da anni prima di divenire un fenomeno riconosciuto, e ancor più spesso, quando si esauriscono e non fanno più paura, vengono assorbite dall’establishment culturale.

L’Inghilterra degli anni ’60 è un paese in trasformazione, di grandi disagi sociali.La working class non riesce più a sostenere i ritmi forsennati che ormai non possono essere più giustificati né dal mitico progresso ottocentesco, né dal bene della nazione in tempo di guerra. Poi ci sono gli immigrati che affollano il paese e non possono più restare ai margini, l’integrazione è una necessità, pena una bomba sociale pronta a esplodere.

I Rude Boys sono i figli degli immigrati neri, soprattutto giamaicani e caraibici, indossano bretelle, cravatte e white socks. Gli Hard Mods sono la parte proletaria del fenomeno Mod, estremizzarono il concetto di less is more e cominciarono a vestirsi con abiti simili a quelli utilizzati per il lavoro, camicia inglese o polo Fred Perry, scarponi, capelli rasati – per evitare i pidocchi – e jeans con il risvoltino alla fine che nascondeva gli orli consumati. Questi ragazzi si incontravano il fine settimana e ascoltavano Kinks, Who e il reggae della Torjan Records, questi ragazzi erano gli skinheads. Le loro posizioni erano chiare e libere da ogni schieramento politico. Favorevoli all’integrazione razziale, amanti del football e della birra, fieri del loro status sociale di lavoratori e fieri di essere inglesi, combattevano contro quel perbenismo borghese che li relegava ai margini. E combattevano davvero, per le strade contro la repressione dello stato e della polizia, e spesso qualcuno finiva in cella.

Negli anni ’70 arriva il Punk, gli skinheads lo assorbono e lo tramutano, lo fanno diventare arrabbiato, impegnato contro il razzismo e l’ipocrisia sociale, una musica fatta di pochi accordi e tanti cori che prende il nome da un’espressione gergale che significa più o meno Hey Tu: l’Oi!
Sono loro la vera immagine dell’Inghilterra di quegli anni, è con loro che bisogna fare i conti, è a loro che bisogna rispondere. Questi ragazzi sono l’espressione di un disagio diventato fenomeno culturale che coinvolge tutti gli aspetti della vita dell’inglese medio: abbigliamento, musica, birra, lavoro, football.

La loro rabbia è quella di un’intera generazione, di un’intera classe. Una rabbia istintiva che non chiede giustificazioni, che viene da attente analisi sociologiche o da convegni di antropologia, ma dalla vita di ogni giorno.
Gli anni ’80 sono quelli delle derive politiche, anni in cui questo fenomeno si dimentica delle proprie origini e diventa xenofobo e reazionario.
Sono anche gli anni della violenza negli stadi, gli anni della Thatcher e della tragedia dell’Hillsborough. Il 15 Aprile 1989 persero la vita allo stadio di Sheffield 96 persone, vittime della folla, delle inferriate innalzate per contenerla e della polizia educata alla repressione cieca.
Tutto il mondo si schiera contro un movimento che non era causa ma conseguenza della degenerazione della società.

I ragazzi amano il football, basta guardarsi attorno. Tutto il resto poco importa. Se i ragazzi sono uniti, tutto il resto poco importa.

PUBBLICATO IN:  SgarrinchaMAGAZINE

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