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AltreScene: Stanze
16 Aprile 2015 | Alessia Amenta | Condividi:

“Stanze” è l’ultimo spettacolo della rassegna AltreScene. Ne abbiamo parlato a City Lights con l’attrice Elaine Bonsangue.

Riascolta l’intervista:

STANZE è una produzione Statale 114 e andrà in scena da Zo Centro Culture Contemporanee il 19 aprile alle ore 20:00 e il 20 aprile alle ore 21:00. Testo, scene e regia sono  di Salvo Gennuso.

C’è un desiderio di andare oltre il reale, oltre il rilevante, per tentare di sondare l’ignoto. C’è il desiderio di percepire il reale come tema di un corpo che si fa tema astrale, segno che rivela per aggetti il mondo, non come metafora di corpo, ma come materia che si inscrive dentro un corpo e ne diventa immagine. In Stanze ciò che si indaga non è la donna in quanto genere, ma una possibilità del femminile, una sua potenza; è lo sguardo obliquo e inesatto di un uomo che si specchia in un corpo non suo, che misura la vertigine sul passo di danza di un’attrice che si fa oggetto di un testo e materia di una messa in scena.
Indagine sul fallimento, sui fallimenti, sul fallimento dell’amore, dell’affermazione sociale, del desiderio di maternità: in ognuno di questi desideri c’è una falla, un filo che non tiene, che slega la realizzazione dal desiderio, che fa coincidere il corpo col racconto di una disfatta. Si viene al mondo protetti da un involucro, ma l’involucro si rompe e si sta nudi, cercando una maschera che ci faccia da Volto. Ci si costruisce una storia, un passato, si manca il futuro. Perché è nell’assenza del presente che si gioca l’impossibilità di un futuro.
Tre possibili donne, tre possibilità di donna che si giocano nel corpo di Elaine Bonsangue, ad attraversare gli stadi di un’umanità che vorrebbe riconoscersi in un’unità, che vede il proprio Io frammentato, riflesso in decine di Io.
In quale parte del dramma si annida la verità? In quale storia si riassume la storia? In quale stanza è nascosta la chiave per decifrare il segreto di vite spaiate, spese nel supermaket dell’esistenza, consumate in bar, cinema e preghiere, nella semplice allegoria del reale che ci si presenta come una delle mille e più possibilità di vita, nella percezione di quell’unica che viviamo e che significa “impossibilità” delle altre, impossibilità di sé. Allora le stanze di cui è fatto Stanze diventano pietre su cui scommettere, corpi da abitare, luoghi della sperimentazione in cui il teatro si fa espediente, zona franca del pensiero, puro segno che non significa; segno che mostra. In Stanze indago il limite stesso di uno spazio teatrale per come l’ho conosciuto e rappresentato negli spettacoli della mia compagnia; indago la possibilità dell’abbandono della scena, in un abdicamento della funzione stessa d’attore e di messa in scena a favore di un rituale che diventa in altra forma segno che reca un significante. Ed è nel travisamento del segno e del senso che si risolve la nostra scommessa, nella dislocazione che un’azione compie da pratica curativa a tortura e prigione.
Disegnare col corpo o disegnarsi nel corpo? Ferirsi. Questa la nostra possibile risposta alla domanda che ci facciamo ogni volta, se è ancora possibile per noi fare teatro.
Domande e non risposte. Cerchi sonori come onde che interferendo creano altre onde. Corpi come particelle in un miscuglio di sensi e di passioni che si rivelano in una fragilità dell’essere che ha, per fortuna, smesso di essere. Che si reifica in uno “stare”. Dentro le stanze, nella ripetizione delle stanze. Ed è in questa geografia di spazi che si recupera il senso di una possibile creazione.
— Salvo Gennuso

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